02
Mar

Quando il volto sciolto non fa più paura:

resoconto di un esperienza di trattamento

del trauma attraverso l’EMDR

di Mirella Di Calisto

 

Anche quest’anno la Scupsis (Scuola di Psicoterapia

Strategica Integrata Seraphicum), ha organizzato

a Roma, nel mese di settembre, l’ormai

tradizionale workshop di approfondimento rivolto a

Specializzandi, Psicologi e Psicoterapeuti. L’incontro

monografico è stato diretto dallo Psicologo e Psicoterapeuta

Roger M. Solomon, ed ha avuto come argomento

principale il trattamento del trauma attraverso

la tecnica dell’EMDR (Eye Movement Desensibilization

Reintegration). Tale tecnica è nata a partire dalle osservazioni

e dagli studi della Psicologa e Psicoterapeuta

Francine Shapiro (1995) che, sperimentando gli effetti

di un certo movimento ritmico degli occhi su di se

e sui suoi pazienti, scoprì come questi contribuivano

a riorganizzare i ricordi e a riconnettere i pensieri alle

emozioni provate nel momento in cui era stato vissuto

un trauma.

Tale tecnica è stata in seguito perfezionata dall’autrice,

fino ad arrivare alla stesura di un vero e proprio protocollo

in cui la stimolazione bilaterale (che può essere

ottenuta sia attraverso il movimento oculare sia con

l’utilizzo di tamburellamenti ritmici sui dorsi delle mani)

non è che una delle fasi.

L’obiettivo dell’EMDR è quindi quello di aiutare il paziente

a riorganizzare i ricordi vissuti come traumatici e

di renderli non più angoscianti.

Numerose sono le ricerche neuroscientifiche condotte

su tale strumento e che riguardano sia la sua efficacia,

sia i meccanismi fisiologici attivati dalla sua azione (Maxifield,

2003).

E’ stato così possibile scoprire che l’applicazione

dell’EMDR:

riconnette le strutture neurali della corteccia associativa

con quelle del sistema libico;

ha l’effetto di sconvolgere la memoria di lavoro;

attiva il sistema parasimpatico riducendo l’arousal.

Anche se non si conosce ancora esattamente quale sia

la relazione tra questi processi e l’effettiva rielaborazione,

sappiamo che essi si verificano in concomitanza alla

reintegrazione del ricordo traumatico nel flusso costante

dell’esperienza del paziente e alla conseguente rilettura

delle credenze negative che la persona ha costruito

a partire dall’evento.

Oltre a fornire a noi partecipanti queste e molte altre informazioni

sull’utilizzo dell’EMDR, durante il workshop

Solomon ha portato numerosi esempi e casi clinici tratti

dalla sua esperienza con le più importanti Istituzioni

americane, con i vigili del fuoco statunitensi, con i soccorritori

coinvolti nel disastro dell’11 settembre e con

i corpi speciali della Polizia Italiana. Noi partecipanti

abbiamo così avuto la possibilità di fare un’esperienza

professionale ed umana molto intensa che ci ha permesso

di conoscere i fondamentali principi teorici che

guidano attualmente la pratica clinica nel trattamento

del trauma e della dissociazione ad esso correlata, di

avere un primo approccio con la tecnica dell’EMDR, di

assistere dal vivo ad una dimostrazione di trattamento

e di ascoltare la testimonianza diretta di un partecipante

ai programmi “pear-to-pear” gestiti dal Dr. Solomon

per il Nucleo Operativo Centrale di Sicurezza (NOCS).

Attraverso modalità tipiche della cultura anglosassone,

che fanno dell’esperienza in prima persona e dell’osservazione

diretta i principali strumenti della formazione,

Solomon ha arricchito di un valore aggiunto l’incontro,

fornendo anche un modello di insegnamento alternativo

rispetto a quello italiano, in cui la massima priorità

viene data a tutto ciò che concerne la teoria e la speculazione

concettuale.

D’altronde, e questo non è semplicemente il parere

di chi scrive ma sono anche le considerazioni che negli

ultimi anni sono state dalla ricerca sui meccanismi

neurofisiologici della memoria, le tracce della memoria

procedurale sono quelle che rendono maggiormente

stabile nel tempo qualsiasi apprendimento. Lo stesso si

può dire per le emozioni, collante, fissatore delle nostre

esperienze, nonché tassello irrinunciabile dei processi

di codifica delle nostre esperienze e dei ricordi. Proprio

nella convinzione che queste siano le basi di un apprendimento

qualitativamente migliore, chi scrive ha deciso

di presentare il modello di intervento del Dr. Solomon a

partire dalla raccolta dei fatti, dei pensieri e delle emozioni

che ha vissuto in prima persona come volontaria

per l’applicazione dell’EMDR. Questo anche nella convinzione

che il lettore sia maggiormente interessato

ad “ascoltare” una testimonianza diretta e che abbia la

possibilità di approfondire l’aspetto più squisitamente

teorico, attraverso pubblicazioni e manuali suggeriti in

bibliografia. Quello che segue, rappresenta dunque il

racconto in prima persona di due incontri avvenuti durante

il workshop.

1° Incontro

Avviene alla fine della lezione ed ha come obiettivo

quello di valutare se l’EMDR è un trattamento adeguato

a me ed al tipo di trauma che ho subito, inoltre mi dà la

possibilità di decidere se ritengo opportuno effettuare

una seduta vera e propria l’indomani per permettere

anche agli altri partecipanti di osservare l’applicazione

della tecnica. Roger raccoglie prima di tutto la mia

anamnesi: fa delle domande sulla mia vita, sul mio lavoro

e mi chiede, nello specifico, di raccontargli quale è

stato l’avvenimento per il quale mi rivolgo a lui.

Gli racconto un’esperienza che mi aveva molto turbato:

l’anno precedente, lavorando come operatrice per i

Centri Antiviolenza della Capitale, mi era stato affidato

un servizio di supporto presso l’abitazione di una donna

che era stata aggredita e sfigurata da un uomo con era stata aggredita e sfigurata da un uomo con

dell’acido1. Dal momento in cui avevo guardato il suo

volto letteralmente “sciolto” avevo avuto molta paura,

una paura che era sempre rimasta lì, congelata e che

spesso aveva influito negativamente nella mia attività

lavorativa presso il servizio nei mesi successivi.

Insieme facciamo l’esercizio del “posto sicuro”, una visualizzazione

che permette di capire se il paziente è in

grado di rimanere presente quando vengono rievocate

le emozioni e le immagini legate all’evento traumatico:

mentre seguo con lo sguardo li movimento ritmico delle

sue dita visualizzo il posto che per me simboleggia il

riposo, la tranquillità, la sicurezza e mi concentro sulle

sensazioni che questo posto mi dà.

Subito dopo cominciamo la fase di assessment: identifichiamo

l’immagine precisa che mi aveva spaventata

(che per me era il viso della donna nel momento

esatto in cui si era voltata ed io l’avevo guardata per la

prima volta) e le credenze negative che avevo costruito

da quel momento in poi. Continuiamo a lavorare

sull’immagine della donna attraverso i movimenti degli

occhi, sulle credenze e sulle sensazioni corporee: via via

l’immagine si fa più lontana, le sensazioni nel mio corpo

passano gradualmente dal caldo rovente al fresco.

Alla fine della seduta perdo l’immagine ed ho una strana

sensazione: la mia testa è “leggera” ma non confusa,

come se si fosse liberata da un peso in eccesso. Con

cordialità e calore io e Roger ci congediamo. Durante la

notte ripenso a quella donna, ma non ho più quella forte

sensazione di paura: quella stessa immagine generava

ancora ansia ed agitazione ma non più quel terrore

disturbante. 2° Incontro

Decido di effettuare un’altra seduta che questa volta avverrà

alla presenza del gruppo dei partecipanti. Roger

effettua nuovamente la fase di l’assessment e mi chiede

di fissare l’immagine precisa del volto della donna.

Mi rendo subito conto che le emozioni rievocate sono

sempre riferite alla paura ed al timore ma sono molto

meno intense e che si localizzano dietro la schiena. Roger

mi chiede di identificare il pensiero che lego a quella

paura: “Può succedere anche a me”. Cominciamo da

subito a lavorare su questo pensiero e lo ristrutturiamo

in: “Io non sono sicura”. Ripensando oggi a quella frase,

mi appare più chiaro come alla base della mia paura ci

fosse una mia forte identificazione con la donna sfigurata.

Procediamo con la fase di Desensibilizzazione: mentre

seguo con lo sguardo le dita di Roger le emozioni si legano

strettamente al filo dei miei pensieri e l’immagine

di quel volto sfigurato perde gradualmente di temibilità.

Sento la presenza del terapeuta molto forte ed anche

il gruppo dei compagni che osservano mi fornisce

un’ulteriore sensazione di contenimento e supporto.

Roger non interviene verbalmente e tra la stimolazione

bilaterale ed il momento in cui vi associo pensieri ed

emozioni, lascia che sia io ad attribuire nuovi significati

all’evento. E’ la fase dell’istallazione: attraverso l’aumento

dell’epinefrina e la diminuzione della serotonina i

movimenti oculari stanno favorendo il funzionamento

dell’ippocampo nel sistema libico e la riconnessione dei

circuiti tra quest’ultimo e la corteccia associativa.

Questa volta riesco a mantenere l’immagine della donna

per tutta la seduta e a conclusione la paura è ormai

scemata, lasciando il posto ad un grande senso di rilassatezza

e stabilità. I pensieri che produco ordinatamente

a partire dalla fase iniziale fino a conclusione sono:

Io non sono sicura,

Posso evitare che mi succeda,

Quella persona non sono io,

Ho scritto questa esperienza in un quaderno e l’ho messo

via,

Io sono sicura per quella che sono.

Arriviamo così alla fase di scansione corporea: alle sensazioni

di caldo si susseguono quelle di fresco, così

come era stato nella fase di assessment e mi rendo

conto di essere contemporaneamente rilassata e molto

presente a me stessa.

Quando alla chiusura Roger mi chiede per l’ultima volta

di effettuare una valutazione mi accorgo che la paura

è ormai notevolmente ridotta.

A conclusione mi trovo ancora in uno stato di contemporanea

lucidità e forte contatto con le mie emozioni, la

sensazione di “mente leggera” è questa volta maggior di “mente leggera” è questa volta maggiormente

identificabile: è come se avessi messo ordine

nella mia mente, come se quello che prima la occupava

disordinatamente avesse trovato il suo giusto posto. Le

mie associazioni stanno proseguendo. Mentre collego

in modo molto veloce e cosciente eventi ed emozioni

legate all’esperienza con quella donna arrivo a ricordare

di aver in dosso una collana e degli orecchini che

non uso particolarmente spesso e che (coincidenza?!?)

portavo il giorno in cui la vidi. In quel momento ebbi

la sensazione distinta di aver superato quella paura: ciò

che rimaneva era un grande senso di soddisfazione.

Nelle ore seguenti, il processo di riconnessione delle

mie esperienze alle sensazioni e ai sentimenti ha avuto

in continuazione ed il pensiero della collana mi ha portato

così a ricordi spaventanti ben più antichi che hanno

minato per molto tempo, il mio senso di sicurezza: su di

essi abbiamo lavorato in un terzo ed ultimo incontro. E’

stata quella una seduta dalle tinte emotive molto intense,

in cui ho avvertito come la relazione di fiducia con

il terapeuta e il grande senso di contenimento fornito

dalla presenza del gruppo siano stati fondamentali. I

contenuti da me portati in quell’occasione sono molto

delicati per poter essere riportati in quest’articolo e

sono attualmente oggetto del mio percorso terapeutico.

Posso però testimoniare come i miei sentimenti di

paura e perdita della sicurezza mi impedissero, durante

la sessione, di pensare e sentire le emozioni contemporaneamente. Penso oggi di aver

sperimentato coscientemente l’essenza stessa della

dissociazione: un funzionamento in cui il rapporto tra

pensato e sentito è mutuamente esclusivo, in cui le

emozioni si spengono automaticamente alla presenza

della razionalità e quest’ultima non può connettersi ai

contenuti del cuore.

Le riflessioni nate dall’incontro formativo/terapeutico

con Solomon sono state numerose ed hanno avuto la

funzione di chiudere dei vecchi interrogativi per aprirne

dei nuovi.

Come paziente/psicologa, mi sono portata a casa una

visione del mondo, meno minacciosa e più strettamente

connessa ad un rapporto di proporzionalità rispetto

alla percezione delle mie risorse. Quando l’ambiente

esterno viene ridimensionato su tali parametri, la persona

acquisisce una visione più consapevole dei propri

limiti e delle proprie capacità nel momento attuale.

Così può consolidare il proprio locus of controll interno

(Bandura, 1977) mentre, in un processo circolare, la visione

del Mondo assume maggiore prevedibilità.

E’ anche possibile ipotizzare come, oltre a consolidare il

maggior senso di sicurezza in se stessi, il superamento

di un trauma dia la possibilità di apprendere il processo

attraverso il quale quest’ultimo è stato superato e di rimetterlo

in atto quando un’altra situazione traumatica

si ripresenta. Rispetto a questo, sarebbe interessante

verificare se tale ipotesi può essere supportata anche

dallo studio dei meccanismi neurofisiologici su cui influisce

l’EMDR e scoprire se la riorganizzazione neurale

provocata dai movimenti oculari in uno stato cosciente,

oltre a creare delle connessioni nuove, permette al

nostro cervello di apprendere come crearle spontaneamente.

Se così fosse potrebbe essere attribuito a questa tecnica

anche un effetto preventivo rispetto alla formazione

di nuovi traumi. Questa supposizione si riferisce alla

mia esperienza personale. Infatti, pochi giorni dopo il

workshop, trovandomi in una situazione per me potenzialmente tenzialmente

traumatica, mi sono resa conto di come il

maggior contatto con la paura nell’hic et nunc non solo

non abbia compromesso la mia capacità di pensare, ma

abbia anche impedito di sviluppare una nuova traumatizzazione.

Venendo a delle riflessioni maggiormente legate al mio

ruolo di terapeuta in formazione, penso che l’incontro

abbia fornito numerosi spunti che riguardano: il forte

potere catalizzatore dell’EMDR nell’elaborazione

dell’evento traumatico, gli effetti che l’utilizzo di questa

tecnica può avere sulla relazione terapeutica e la

conseguente responsabilità etica che tali aspetti pongono

al clinico. L’EMDR è un’esperienza molto intensa

per il paziente, che porta a sensazioni di ansia, smarrimento

e dolore talmente intenso da poter diventare

disgregante. Il sistema terapeutico si confronta con

la dissociazione, con la rievocazione di eventi in cui il

paziente ha sperimentato il crollo totale di qualsiasi

strategia cosciente di sopravvivenza: in questa situazione

la qualità del rapporto tra terapeuta e paziente

diventa più che mai preziosa. In alcune fasi il paziente

sente forte il dolore, la propria fragilità ed è inoltre fortemente

suggestionabile: questo da al clinico un forte

potere d’influenza sul paziente e lo pone in una posizione

di grande responsabilità deontologica. Un terapeuta

troppo “interventista” può rischiare di diventare manipolativo,

così come un terapeuta troppo “passivo” può

rischiare di non far sentire il paziente abbastanza sicuro

e protetto. Mentre combatte contro i suoi demoni, la

possibilità di affidarsi al terapeuta è una risorsa irrinunciabile

per il paziente; in tale situazione è quindi comprensibile

quanto forti siano i sentimenti di dipendenza

del paziente. E’ così che il terapeuta assume, tra i tanti

compiti, anche il dovere di monitorare continuamente

l’andamento dell’equilibrio della relazione: questo determinerà,

a mio avviso, il buon esito del trattamento,

basandolo sullo sviluppo di una dipendenza che abbia

funzione temporanea e maturativa piuttosto che regressiva.

Avviandomi a concludere, un ultimo pensiero va

all’esperienza terapeutica e all’importanza di sperimentare

una tecnica come paziente prima di praticarla. Lo

ritengo un atto di onestà intellettuale ed umana sentire,

oltre che conoscere teoricamente e tecnicamente, cosa

significa per il paziente confrontarsi con gli eventi, i vissuti

ed i pensieri che lo spaventano lungo. Per questo

reputo il percorso terapeutico parte irrinunciabile del

trainning per tutti noi che aspiriamo da intraprendere

la professione di psicoterapeuta. A questo proposito,

spesso mi pongo una domanda dall’apparente sapore

retorico che, in ultima analisi, giro al lettore come possibile

spunto di riflessione: “Come si può portare qualcun

altro per mare se non si è mai imparato a nuotare?”

 

Bibliografia

Bandura, A. (1977). Self-efficacy: torward a unifing theory

of behavioral change. Psychological Review, 84, pp.

191-215.

Maxfield, L. (2003). Clinical implications and recommendations

arising from EMDR research findings, Journal of

Trauma Practice, 2, 61-81.

Maxfield, L. Shapiro, F. & Kaslow, F. W. (2007). Handbook

of EMDR and Family Therapy Processes. New York: Wiley.

Shapiro, F (2002). EMDR as an Integrative Psychotherapy

Approach: Experts of Diverse Orientations Explore

the Paradigm Prism. Washington: American Psychological

Association.

Shapiro, F. & Forrest, M. S. (1997) EMDR: The Breakthrough

Therapy for Overcoming Anxiety, Stress, and Trauma.

New York: Basic Books.

Shapiro, F. (1995). Eye movement desensitization and

reprocessing: basic principles, protocols, and procedures.

New York: Guilford Press.

Sitografia:

www.emdr.com

L’acidificazione del volto è una pratica tristemente nata

in Paesi orientali come Pakistan o Bangladesh, che oggi

si sta diffondendo con l’emigrazione anche in Paesi Europei

come Inghilterra ed Italia. Consiste in una forma

di punizione tacitamente autorizzata dalle comunità

ed utilizzata da alcuni capi famiglia verso mogli, sorelle

o figlie quando queste assumono dei comportamenti

che non aderiscono ai canoni dell’integralismo islamico.

Avere una relazione di convivenza con un compagno

al di fuori del matrimonio, opporsi alla vendita delle

proprie figlie o valorizzare la propria avvenenza sono

alcuni degli esempi di comportamento che, in questa

cornice culturale, sono ritenuti punibili attraverso l’acidificazione

del volto.

Quando il volto sciolto non fa più paura:

resoconto di un esperienza di trattamento

del trauma attraverso l’EMDR