01
Apr

PORNOGRAFIA: Pornofilia, pornofobia e pornodipendendenza
di Fabrizio Quattrini & Michele Spaccarotella

Che cos’è la pornografia? Intraprendendo un
viaggio storico-culturale partito dai lupanari
dell’antica Roma e giunto fino all’I-Phone, si è
cercato di rispondere in maniera esauriente a
questa “innocente” domanda. Nel corso degli anni le
iconografie e gli strumenti di fruizione del materiale
hard sono ovviamente cambiati, ma la capacità della
pornografia di far discutere di se stessa si è mantenuta
immutata nel tempo. In prima battuta c’è da affrontare
il complesso tema della definizione. Così come viene
fortemente espresso nell’opera del filosofo francese
Ogien, “Penser la Pornographie” (2003), si può dire che
tutti consumano materiale pornografico ma nessuno sa
realmente cosa sia. Attraverso un’analisi del panorama
storico, sociale e legislativo che ha caratterizzato i primi
anni Settanta e l’utilizzo del contributo dello storico
Pietro Adamo (2004), si è tentato di chiarire i motivi del
crescente aumento di fruizione di porno nel mondo e
come siano cambiati i paradigmi stilistici della cinematografia
pornografica nel corso degli anni. È stata poi
posta particolare attenzione all’analisi del rapporto
tra pornografia, violenza sessuale e rappresentazione
sociale della donna. Infine, è stato intrapreso un breve
excursus su una piaga moderna come la pornodipendenza.
Attraverso la presentazione di alcuni criteri di
riconoscimento infatti, si è cercato di segnalare l’importanza
che va data a questa problematica sempre
più diffusa (anche a causa di Internet). Utilizzando la
testimonianza della pornostar Ovidie (2002), si è cercato
inoltre di sottolineare come la pornografia sia un
mondo costituito da interpreti e da immagini non reali
e come tale andrebbe considerata.
La complessità della definizione
La prima sensazione che si percepisce nell’affrontare il
tema in questione, è che la pornografia non lascia indifferenti:
sia chi la consuma, chi la combatte e naturalmente
chi la studia. Nel bene e nel male, cercare di
addentrarsi in maniera “neutrale” nel mondo del porno
espone comunque chi scrive al rischio di parteggiare
per una delle due “fazioni” coinvolte: pornofili o pornofobi.
Pietro Adamo, nell’introduzione al suo libro “Il porno
di massa” (2004), ci avverte che la diffusione dei film
a “luci rosse” va considerata un fenomeno sociale, politico
e culturale di estrema rilevanza ed avere a che fare
con “il porno di massa richiede un lavoro di decostrudecostruzione
culturale incentrato soprattutto su segni, codici
e pratiche legate in primo luogo ai prodotti” (id., p.XIV).
L’autore mette subito in chiaro come parlare di pornografia
“implica la discussione della struttura del desiderio
e della sessualità, delle relazioni tra i sessi, della
natura della famiglia, pesca alla rinfusa nei più scottanti
materiali dell’inconscio, porta alla luce pregiudizi, simbologie,
credenze occulte e occultate” (id., p.XIII). In
sintesi, bisogna tener conto di sessuologia, psicologia
e dell’ambito culturale, sociale e familiare…un compito
non da poco!
Questa tesi è supportata anche dal filosofo francese
Ruwen Ogien (2003), il quale sostiene che analizzare la
pornografia non significa “trattare questioni puramente
teoriche. Significa anche esaminare le prese di posizioni
politiche e morali intorno a questo tema, ossia affrontare questioni normative. Esaminare questioni
normative non significa evitare di discuterle. E discutere
non significa evidentemente rimanere neutrali” (id.,
p.16). Proviamo quindi a partire da un elemento “imparziale”,
quale l’etimologia del termine. Cosa significa
letteralmente pornografia? La parola trae origine dal
greco pòrnè, meretrice (come anche porneĩon, lupanare;
luogo legato a sua volta alla parola latina lupa,
figurativo di prostituta girovaga) e graphìa (dal greco
graphê, descrizione). Il termine pòrnè sta anche per pernàô,
pèrnêmi vendo, dalla stessa etimologia di prè-tium,
prezzo. L’etimologia di prezzo, che si ascrive alla radice
par, cambiare si trova in sanscrito sotto la forma pan
– panate (par-nate, uguale al greco parnatai) baratta,
mercanteggia, alla quale può, come detto, annettersi il
termine per-àô pèrnêmi, vendo (differente da peràô, penetro).
È quindi importante sottolineare come questa
parola sia strettamente collegata al mondo della prostituzione.
L’analisi etimologica non ci permette però
di definire in maniera esauriente i confini del concetto.
A tal proposito, la pornostar francese Ovidie (2002) si
oppone ad un possibile accostamento tra il mondo del
porno e quello della prostituzione, facendo notare che
“chi si prostituisce viene pagato dal cliente per averlo
soddisfatto sessualmente. L’attore o l’attrice viene pagato
dalla casa di produzione per averla autorizzata a
usare la sua immagine” (id., pp. 40-41). Una tesi supportata in passato anche da Stoller (1991), il quale sosteneva
che “innanzitutto, manca il cliente; il proprio partner
è semplicemente un altro attore. In secondo luogo, l’attore
non viene ingaggiato dal partner dell’uomo o della
donna. In terzo luogo, entrambi gli attori vengono ingaggiati,
e da una terza parte in causa, non partecipante”
(id., p. 264). Se in origine il termine designava quindi
un “trattato sulla prostituzione”, ora viene considerato
come l’insieme delle rappresentazioni (attraverso immagini,
scritti, fotografie, etc.) di scene sessualmente
esplicite di carattere osceno. Appare quindi un nuovo
quesito. Cosa può essere reputato osceno? Anche qui
chiediamo aiuto all’origine del termine. Osceno deriva
dal latino obscenus ma ha due differenti radici: da ob/
obs, a cagione e coenum, fango, melma (uguale al greco
koinòn, immondo) quindi brutto, deforme, sozzo,
impudico, disonesto; dal verbo ob-scaevare, cattivo
presagio oppure ob e caevus, sinistro quindi portante
cattivo augurio, infausto. L’oscenità è dunque l’elemento
risolutore per comprendere la pornografia? Ovidie
(2002) non la pensa così: “Osceno è qualcosa che ci turba
sessualmente, in maniera intensa. Questo non vuol
dire che l’osceno debba essere per forza pornografico.
La pornografia è la rappresentazione visiva del sesso
esplicito. L’osceno quindi, in quanto produce emozioni,
non ha bisogno della pornografia per esistere, perché
un’emozione non necessita di supporti visuali o di atti
sessuali reali per essere avvertita” (id., pp. 130-131) Il
concetto di osceno può supportare quindi, forti elementi
a sostegno della costruzione di una personalità
estremamente stereotipata. La giurisprudenza considera
osceni “gli atti e gli oggetti che, secondo il comune
sentimento, offendono il pudore”. Non solo si tratta di
una definizione vaga, ma soprattutto lega il concetto di
oscenità a quello, appunto, di pudore, il quale appare
quanto mai soggettivo. Il pudore (dal latino pùdeo, ho
vergogna) può essere inteso come un sentimento di verecondia
che viene offeso da qualsiasi manifestazione
che scateni disgusto e repulsione. Che cos’è dunque la
pornografia? Campagna (1998) ci informa che non esiste
una definizione universalmente condivisa. Neanche
la giurisprudenza riesce a definirne esattamente i limiti
senza ricorrere a concetti vaghi o a sconfinare in criteri
soggettivi. Ogien (2003) si interroga riguardo a ciò che
qualifica l’aggettivo “pornografico”, chiedendosi se un
sogno o un ricordo possano essere considerati pornografici
solo per il fatto di contenere rappresentazioni
sessuali esplicite. Le stesse illustrazioni dei manuali di
anatomia o di ostetricia potrebbero essere considerati
tali. Perché un contenuto possa essere considerato pornografico
c’è quindi bisogno di “aggiungere qualcosa”.
L’Autore (id.) ci suggerisce quindi la proposta dei filosofi
a riguardo, descrivendo cinque criteri utili:
1) Intenzione dell’autore di stimolare sessualmente
il consumatore
2) Reazioni affettive o cognitive del consumatore (positive: eccitazione sessuale, piacere, etc.;
negative: disapprovazione, disgusto, etc.)
3) Reazioni affettive o cognitive del non consumatore
(probabilmente solo negative)
4) Tratti stilistici (ad es. ripetute scene di penetrazioni,
primi piani sui genitali, etc.)
5) Tratti “narrativi” (ad es. “disumanizzazione” dei
personaggi).
I primi tre criteri vengono ritenuti “soggettivi” perché
fanno riferimento a stati affettivi personali, mentre gli
ultimi due vengono ritenuti “oggettivi” poiché si riferiscono
alla forma e al contenuto della rappresentazione.
(id.).
È evidente come la soggettività pervada tutti i tentativi
di circoscrivere il campo della pornografia. In tal senso
non aiuta neanche la presenza della parola “erotico”.
Erotico (dal latino eròticus, greco eròtikòs) deriva da
èròs, desiderio appassionato (nonché Dio dell’amore) e
da eràò, amo; attiene quindi alla sfera legata all’amore
sensuale, alla passione. Anche qui ci si dovrebbe interrogare
su quali tratti e caratteristiche differenzino una
rappresentazione erotica da una pornografica (ad es.
il numero dei primi piani sui genitali? O la complessità
della trama?). Dare una definizione esatta della pornografia
risulta dunque un compito assai complesso. Una
descrizione sulla quale sembra esserci un generale accordo
(Van der Veer, 1992; Campagna, 1998) è quella
che afferma che “non tutte le rappresentazioni pubbliche
(scritte, figurate, ecc.) di attività sessuali esplicite
sono pornografiche; ma ogni rappresentazione pornografica
contiene quelle di attività sessuali esplicite”.
Inoltre, come fa notare Ogien (2003) la distinzione tra
documento a carattere sessuale, erotismo e pornografia
risente molto delle complesse modificazioni collettive,
storiche e sociali: “quel che era ritenuto pornografico
dalla maggioranza dei consumatori in un dato momento
e in un dato luogo può divenire in seguito erotico”
(id., p. 55) (ad es. le foto delle pin-up anni Cinquanta) e
“quel che era erotico può divenire un mero documento
a carattere sessuale” (id.) (ad es. le stampe del diciottesimo
secolo).
In altre parole, possiamo ipotizzare che pornografico
può essere tutto ciò che per il contesto sociale e
culturale di quel preciso momento storico tende alla
rappresentazione di immagini e non solo, legate probabilmente
alla nudità dei corpi dei soggetti rappresentati,
ovvero agli atti sessuali da questi interpretati,
ma soprattutto all’espressione di un vissuto emotivoeccitatorio
considerato da colui che lo “vive”, lo osserva
e lo ascolta, espressione massima di una “certa” intimità
sessuale.
Breve storia della pornografia
Pensare alla pornografia come ad una rappresentazione
che contiene attività sessuali esplicite (condizione
necessaria ma non sufficiente per definirla) spinge ad pornografia come ad una rappresentazione
che contiene attività sessuali esplicite (condizione
necessaria ma non sufficiente per definirla) spinge ad
interrogarsi su quando questa sia realmente nata. A tal
riguardo, Ogien (2003) si chiede se la pornografia sia
una “invenzione moderna”. Alcuni studiosi (Marcus,
1966; Kendrick, 1987; Arcand, 1991; Hunt, 1996)
sembrano propendere per questa ipotesi,
considerandola quasi come un “inedito fatto sociale”
comparso in Occidente alla fine del diciottesimo secolo.
Sappiamo però che molte rappresentazioni esplicite di
organi sessuali o di persone dedite ad attività sessuali
(etero/omosessuali, zoofile, ecc.) sono in realtà già
presenti nei lupanari dell’antica Roma e di Pompei, così
come anche disegni, pitture, bassorilievi di quel periodo
raffiguranti scene sessuali “difficilmente distinguibili da
ciò che oggi chiamiamo pornografia” (Lucie-Smith,
1997). Gli storici ovviamente non negano l’esistenza di
tali rappresentazioni, piuttosto sottolineano come nel
diciottesimo secolo queste raffigurazioni abbiano
smesso di assumere una “funzione religiosa” (esaltare la
fecondità) o “politica” (mettere in ridicolo nobili e
prelati) ed abbiano iniziato ad essere prodotte per la
“mera stimolazione sessuale dei consumatori” (Arcand,
1991). In questo modo, le raffigurazioni sessuali
esplicite venivano “censurate o vietate perché blasfeme
(motivazione religiosa) o sovversive (motivazione
politica). Solo nelle nostre moderne società avrebbero
iniziato ad essere censurate perché “oscene”
(motivazione morale)” (Ogien, 2003, p. 49). Si apre qui
un tema spinoso come quello della morale, strettamente
legato a quello della religione (tema sentito,
particolarmente nel contesto italiano). Singolare, a
questo proposito, appare il caso del libro “I Modi “
(conosciuto anche come “Le 16 posizioni“), famoso
testo erotico del Rinascimento italiano. L’edizione
originale del volume venne creata dall’incisore
Raimondi (il quale basò le sue 16 immagini di posizioni
sessuali su una serie di dipinti erotici che Giulio Romano
stava realizzando su commissione di Federico II, il quale
le avrebbe utilizzate per adornare il Palazzo del Tè a
Mantova). Le incisioni vennero pubblicate da Raimondi
nel 1524 ma, in seguito alla sua cattura per ordine di
Papa Clemente VII, vennero radunate e bruciate
(Romano non era consapevole delle incisioni di
Raimondi fino a quando il poeta Pietro Aretino giunse
per vedere i dipinti originali). Aretino in seguito realizzò
“I sonetti lussuriosi“ (sedici nel primo libro, tredici nel
secondo), espliciti componimenti ai limiti della
pornografia che accompagnarono i dipinti/incisioni. “I
Modi“ venne pubblicato nuovamente nel 1527 in una
edizione contenente sia i sonetti che i dipinti. Il papato
s’impadronì più di una volta di tutte le copie disponibili
e dell’edizione originale rimangono oggi solo alcuni
resti conservati al British Museum. Un destino simile ha
coinvolto anche il libro Fanny Hill. Memorie di una
donna di piacere (1749) di John Cleland. Considerata
un’opera pornografica, la sua messa in commercio fu
continuamente ostacolata; o meglio, fino a quando i
suoi lettori appartenevano ad una sorta di élite, “il libro
non sembrò sollevare alcun problema sociale” (Ogien,
2003, p. 50), in seguito la libera circolazione del testo fu
vietata. Secondo Arcand (1991), il “problema” della
pornografia è diventato di pertinenza “sociale” solo nel
momento in cui lo sviluppo delle tecniche di
riproduzione di massa (giornali, fotografia, etc.) hanno portato il “popolo” a contatto con quello che prima era
destinato ad una “selezionata” cerchia ristretta. Una tesi
sicuramente interessante ma non ritenuta esauriente
da parte di Ogien (2003) per giustificare la teoria della
pornografia come “invenzione moderna”: “non appena
il popolo inizia ad approfittare delle cose apprezzate
dall’ “èlite”, queste diventano “volgari”, prive di valore
estetico e morale”, “pericolose”, “degradanti”, ecc.
(questo vale anche per il consumo di salmone,
l’abbronzatura, lo sci o le vacanze al mare)” (id., p.51).
Un simile destino si è verificato nel caso della
cinematografia. Le prime pellicole “pornografiche”
infatti, sono state girate già nei primissimi anni del XX
secolo. L’ambiente cinefilo aveva intuito
immediatamente il potenziale commerciale di questo
genere, di cui era però vietata (a livello legislativo) la
produzione e la distribuzione in tutte le nazioni del
mondo. Nonostante questo veto, alcune persone
facoltose finanziarono segretamente la produzione di
pellicole porno che venivano poi acquistate e rivendute
all’interno di una cerchia ristretta di ricchi appassionati
del genere. Tali pellicole sono tuttora custodite da
esperti collezionisti e sono visibili nei musei dedicati
alla pornografia. In una pellicola italiana del periodo
pionieristico e clandestino, tra i collaboratori alle
didascalie si legge il nome di D’Annunzio. La svolta si
ebbe in Danimarca, dove il codice civile venne
modificato nel giugno 1967 (per la letteratura) e nel
giugno 1969 (per il materiale fotografico e filmico) in
modo da decriminalizzare la produzione e la
distribuzione pornografica, “trasformando in breve
tempo il paese in un centro di irradiazione di materiali
hard core, che inondano prima le zone vicine –
Scandinavia, Germania, Olanda e Belgio, Francia – e poi
il resto del mondo” (Adamo, 2004, p. 1). Nel frattempo,
anche negli Stati Uniti (aprile 1969), si verifica un altro
scossone: la sentenza Stanley vs. Georgia asserisce che
la fruizione del porno nella propria abitazione è tutelata
dal diritto alla privacy. Pochi mesi dopo (in agosto) la
sentenza scatena la prima ripercussione a S.Francisco,
dove un giudice cittadino vieta alla polizia di arrestare
clienti e gestori dei locali dove vengono proiettati
filmini di donne che mostrano le proprie nudità
(beavers) e il pube (split beavers) (id.). Ad ottobre del
1969 a Copenaghen, va in scena la prima “fiera del
sesso” mentre nel 1970, i fratelli Mitchell (gestori
dell’O’Farrell Theater) girano il primo film hard degli
Stati Uniti,“Redball“. I filmini vengono visionati
all’interno di cabine private che vengono chiamate
loops (cappio, cerchio), chiamati così per il meccanismo
che permette la riproposizione del filmato senza
doverlo ricaricare ogni volta (id.). Nei mesi successivi si
verifica una escalation, in cui i filmini diventano
lungometraggi, aprono i primi sex shops e le città
europee si popolano di zone a “luci rosse”. Nel giugno
1972 esce “Deep Throat“ – “Gola Profonda“, film di
Gerard Damiano, interpretato da Linda Lovelace (vero
cognome: Boreman), diventato il più famoso
lungometraggio pornografico della storia, con i suoi
600 milioni di dollari di incasso (tra pubblico di sala e
vhs). Nel 1973 c’è invece un frenata nel campo dell’hard
americano a causa della sentenza Miller vs. California, la
quale non tutela più i prodotti pornografici e rinvia alle comunità locali la decisione sulla loro libera circolazione.
Nel 1975, in Germania e in Francia, entrano in vigore
delle leggi che legittimano la pornografia. Registi
impegnati ed intellettuali iniziano a “strizzare l’occhio”
al mondo dell’hard, a tal punto che un sesto degli
incassi del comparto cinematografico è fornito dai
lungometraggi pornografici. Nel giro di pochi anni, “la
fruizione di pornografia è passata dalla clandestinità
alla disponibilità generalizzata, in sex shops, edicole e
sale cinematografiche spesso situate nel centro di
metropoli, città e persino piccoli centri abitati. È “l’era
del porno di massa” (Adamo, 2004, p. 4). Il cinema
pornografico degli anni Settanta si caratterizza per una
duplice anima: quella “estremista” che si
contraddistingue per le tematiche forti come la
violenza, l’incesto e le pratiche parafiliche; quella
“mimetica” che tenta di riprodurre i meccanismi
narrativo-estetici del cinema “alto” (id.). In America,
grazie anche alla spinta della Rivoluzione Sessuale, il
processo di “radicamento” del porno avviene in tempi
brevi. A tal proposito, Lasch (1979) afferma che
“l’efficacia dei contraccettivi, l’aborto legale e una sana
e realistica accettazione del proprio corpo hanno
indebolito i legami che univano il sesso all’amore, al
matrimonio e alla procreazione. Uomini e donne ora
ricercano il piacere sessuale fine a se stesso, rinunciando
persino agli orpelli convenzionali prescritti dal
sentimentalismo” (id., p. 213). Negli anni Ottanta invece
si verifica un forte mutamento dovuto all’avvento della
videocassetta, che indebolisce in maniera significativa
la vitalità del cinema “classico”. Tale cambiamento
modifica lo status degli attori stessi, i quali vengono sostituiti dai performers, dal momento che “la capacità
di recitare è meno richiesta della qualità estetica dei
corpi (ora ripresi in maniera ravvicinata); non
casualmente, coloro che provengono da esperienze di
recitazione lasciano il posto a modelli/e, e ancora di più
a dilettanti di bell’aspetto capaci di esprimere la propria
sessualità di fronte alla videocamera” (Adamo, 2004, p.
13). Per quanto riguarda gli anni Novanta, va
sottolineato l’incremento del numero di scene di sesso
esplicito durante i film, tanto da toccare quasi l’80%
dell’intera “struttura scenica”. L’autore definisce questa
nuova tipologia come porno all sex. A livello stilistico, si
verifica una ricerca sempre maggiore di realismo e
vengono introdotte nuove modalità strutturali: un
minore spazio dedicato alla trama e una maggiore
facilità nella realizzazione dei film mantenendo i costi
bassi. Viene dato spazio a nuovi paradigmi quali il
gonzo (il protagonista seduce, o fa sedurre da terzi,
provocanti fanciulle mentre egli stesso riprende la
scena), i castings (durante i quali si finge di reclutare
delle ragazze per la realizzazione di film porno,
operando la scelta tramite una visione diretta delle
capacità delle candidate) e gli amateurs (dove viene
data l’occasione a non professionisti, o finti tali, di
sperimentarsi come attori porno). Si verifica inoltre una
imponente crescita delle serie numerate (Dirty Tricks,
Alt 3000, ecc.), una regolarizzazione dei lineamenti e
una standardizzazione dei corpi (in particolar modo
quelli femminili) tramite il ricorso alla chirurgia estetica
(negli USA) e l’investimento europeo verso le bellezze
naturali delle attrici provenienti dall’Est (Ungheria,
Polonia, ecc.). Anche negli anni Novanta si sviluppa una
duplice modalità stilistica: da una parte la ricerca verso
le produzioni specialistiche (parafilie, incesto, ecc.);
dall’altra un’affermazione di un clima di violenza e di
reificazione della donna tramite la realizzazione e la
diffusione di pratiche come gang bang, bukkake e
sesso orale a soffocamento (id.).
Da quanto detto il nuovo millennio potrebbe non
portare facili innovazioni in tema di pornografia.
Invece, proprio in questo nuovo periodo storico dove
l’informatica è a portata di tutti, dove gli adolescenti
anche solo per mezzo di un semplice cellulare di ultima
generazione possono collegarsi quando vogliono ad
internet, il porno diventa sempre più fruibile e sempre
più all’insegna del “fai da te”. Gli anni 2000 aprono le
porte non solo alla massificazione della pornografia,
ma soprattutto alla possibile e facile fruizione del
materiale, e produzione casalinga dello stesso. Con tutti
i vantaggi di una possibile e “libera” educazione della
sessualità, ma anche con gli svantaggi di una difficile
gestione di quella presunzione del poter fare quello
che più si desidera. Ecco allora apparire video casalinghi
on-line di ex-ragazze con l’unico scopo di umiliare e
ferire, ma anche riprese di “bravate” adolescenziali che
evidenziano forme di abuso, bullismo in un’unica parola
ignoranza e mancanza di rispetto per l’altro!
Porno, violenza e femminismo
All’inizio degli anni Settanta, favorita dalla spinta della
“Rivoluzione Sessuale”, la pornografia americana gode
di una legittimazione culturale che non ha precedenti. Gli attori e soprattutto le attrici vengono reclutati
sia attraverso il canale preferenziale dei sex workers
(prostitute e spogliarelliste) che attraverso vie informali
(tramite circoli di “amanti delle orge”, pratica diffusa in
California), arrivando addirittura a reclutare le ragazze
per strada (nelle grandi comunità hippies). Se da un lato
molte donne consideravano questa ondata di liberalizzazione
come un’opportunità di apertura e di sperimentazione
sessuale, molte altre vedevano il dilagare della
pornografia come un nemico da combattere, in quanto
il porno stava proponendo su larga scala una visione
degradante e de-umanizzata della donna. All’interno
del movimento femminista si aprì dunque una scissione
tra coloro che erano favorevoli alla censura e coloro
che non lo erano (ribattezzate “femministe pro-sex”). La
scrittrice Dworkin e la giurista McKinnon furono tra le
più famose oppositrici del porno e nel 1983 redassero
un documento nel quale consideravano la pornografia
come una violazione dei diritti civili alla non discriminazione
sessuale. Questo testo di legge ebbe un destino
controverso: dapprima rifiutato nella città di Minneapolis,
fu poi adottato ad Indianapolis (il sindaco la considerava
una “legge modello”), infine definitivamente rigettato
dalla Corte Suprema americana nel 1986 (sentenza
American Booksellers vs. Hudnut). Riuscì però ad essere
varato nel 1992 in Canada (sentenza Butler vs. The Queen).
McCormack (1993) afferma che questo verdetto si
caratterizza come la prima volta in cui vengono prese
misure legali per contrastate la pornografia in nome di
un “torto causato alle donne”. Le femministe accolsero
la sentenza come un trionfo ma furono le prime a subire
le rappresaglie della censura, che divenne fortissima.
Le stesse librerie femministe subirono forti confische
da parte della dogana e le associazioni che avevano appoggiato
la sentenza iniziarono a paventare l’ipotesi di
aver fatto una gaffe (Ogien, 2003). Dworkin e McKinnon
sostenevano che la pornografia fosse inoltre la causa
scatenante della violenza sulle donne. La loro posizione
fu fiancheggiata soprattutto da Linda Lovelace, la
quale dopo lo strepitoso successo di Deep Throat, vide
la sua carriera arenarsi. La sua popolarità tornò a crescere
proprio nel momento in cui iniziò la sua seconda
strada, quella di attivista anti-porno. La terza biografia
di Linda, Ordeal (1980), parla delle violenze subite dal
marito (Traynor) per obbligarla a girare le scene hard
(mentre nelle prime due si pronunciava in maniera positiva
nei confronti del mondo del porno e parlava con
fervore delle gioie del sesso). In molti sostengono che
la ritrattazione della Lovelace sia dovuta ad una sorta di
vendetta nei confronti dell’industria hard, colpevole di
averle voltato le spalle nel momento difficile della sua
carriera (nonostante gli immensi incassi del film infatti,
Linda ricevette solo 1200 dollari per Gola Profonda). Diventa
quindi amica della femminista Steinhem e inizia
a partecipare ai tour di conferenze delle attiviste. Come
sostiene Merryman (1999), queste conferenze erano
soprattutto tese a convincere ulteriormente le militanti
poiché le foto, le diapositive e gli spezzoni mostrati
a supporto delle loro tesi “non erano affatto campioni
rappresentativi, ma pezzi scelti per provare il punto che
la pornografia aveva un legame causale con la violenza
contro le donne e la loro subordinazione” (id., p.33).
Ogien (2003) fa notare come l’esposizione alla pornografia
non possa essere ritenuta una condizione sufficiente
per commettere aggressioni sessuali ed afferma
ironicamente che “se bastasse essere esposti sistematicamente
alla pornografia per diventare uno stupratore
potenziale o effettivo, gli individui più pericolosi dovrebbero
essere i membri delle commissioni di classificazione
dei film che passano il tempo a visionare film
porno” (id., p.91). L’autore cita inoltre le brutalità sessuali
presenti nella Bibbia (lo stupro di Dina ad opera di Sichem,
il figlio di David che stupra la sorellastra, ecc.), arrivando
a chiedersi: “Dov’erano i film “X” all’epoca?” (id.,
p. 90). Stesso pensiero rintracciabile in Ovidie (2002), la
quale invita a prendere visione del libro Storia della violenza
sessuale: XVI-XX secolo (Vigarello, 1998) per rendersi
conto di come questo atto deplorevole sia stato
compiuto in tutti i periodi storici e che “per esistere non
ha aspettato che una banda di allegri buontemponi si
filmassero mentre facevano l’amore” (Ovidie, 2002, p.
44). Per l’autrice, la motivazione fondante lo stupro è
quella di caratterizzarsi come l’espressione sessuale del
desiderio di sottomettere l’altro, indicando che le comunità
dove ci sono più crimini sessuali sono proprio
quelle più repressive delle altre. Goldstein et al. (1973),
più di trent’anni fa, avevano dichiarato che il profilo
dello stupratore medio non include il consumo di pornografia
ma sia piuttosto caratterizzato dalla presenza
di genitori repressivi e violenti e da un atteggiamento
verso la sessualità di tipo puritano, con una avversione
nei confronti della libertà sessuale femminile. Resta
comunque difficile effettuare delle ricerche scientifiche
in questo ambito. Basti pensare che i rapporti commissionati
dai presidenti degli Stati Uniti, Johnson (1967)
e Reagan (1984, il famoso rapporto Meese), giunsero a conclusioni totalmente opposte. Il primo affermava
che non vi fosse relazione causale tra l’esposizione alla
pornografia e la tendenza allo stupro (per mezzo di un
effetto “catartico”), il secondo che la pornografia promuovesse
comportamenti “antisociali”. Le ricerche su
questo nesso si fondano principalmente su due teorie
antitetiche, quella della “catarsi” e quella dell’ ”imitazione”,
brevemente riassunte da Lederer (1980): la prima
ipotizza che più si consuma pornografia, meno si passa
all’atto; la seconda, che più si consuma pornografia, più
si passa all’atto. Se ne deduce comunque che le ricerche
inerenti ad una correlazione tra pornografia e reati
sessuali incontrano palesi difficoltà ad essere realizzate
proprio per i molti problemi sociali, culturali e soprattutto
metodologici che possono incontrare. Inoltre,
come suggerisce Ogien (2003), anche i pornofobi “più
coriacei hanno praticamente smesso di invocare ricerche
socio-psicologiche sperimentali o svolte in ambiente
naturale per avvalorare il proprio punto di vista
repressivo […] Preferiscono parlare di effetti indiretti
o di causalità complessa. Dicono: “certo, la massiccia
diffusione di pornografia non ha un’incidenza causale
diretta sui reati sessuali, ma inquina l’atmosfera morale,
infetta la società instaurando un clima di mancanza di
rispetto nei confronti dell’altro, distruggendo le relazioni
umane significative, degradando donne e uomini,
valorizzando la bestialità” (id., p. 99). L’autore analizza
anche la critica riguardo alla de-umanizzazzione che
il porno promuoverebbe attraverso le sue immagini,
chiedendosi se sia vero che la pornografia “reifica, oggettivizza”.
A tal proposito, Nussbaum (1999) parla dei
sette significati inerenti al concetto di oggetto:
1) Strumentalità (l’oggetto è uno strumento);
2) Assenza di autonomia (l’oggetto non decide,
non sceglie);
3) Inerzia (l’oggetto non è un agente che si attiva
da solo);
4) Fungibilità (l’oggetto è intercambiabile);
5) Violabilità (l’oggetto non ha barriere protettive,
è passibile di essere schiacciato, spaccato,
ecc.);
6) Possesso (l’oggetto può essere posseduto dagli
altri);
7) Assenza di soggettività (l’oggetto non ha esperienze,
sensazioni, emozioni).
Per essere considerata come un oggetto, una persona
dovrebbe rientrare in tutte le precedenti categorie, e in
tal senso, dice Ogien (2003): “solo gli oggetti fisici tridimensionali
lo sarebbero” (id., p.122). Quando si parla di
una persona come di un oggetto “si tratta più che altro
di una metafora, perché nessun vivente può soddisfare
tutti questi criteri. […] Per un utilitarista trattare qualcuno
come un “oggetto” può risultare accettabile finché
non ne venga negata la sensibilità (il piacere o il dolore).
Per un kantiano, trattare qualcuno come un “oggetto”
può risultare accettabile finché non ne venga negata l’autonomia (o il consenso)” (id.). Su questo tema interviene
anche Ovidie (2002), facendo da trait d’union tra
l’invettiva del femminismo e la discussione sugli attori
coinvolti (gli “oggetti” in questione): “Anche se può sembrare
strano agli occhi di molti, le donne scelgono di
fare questo lavoro. Ne hanno voglia”. (id., p. 34).
Educazione sessuale e pornodipendenza
Ogni secondo si spendono nel mondo 3075 dollari in
pornografia. È solo uno dei dati forniti da Wired, giornale
statunitense che si occupa di cultura, economia e politica.
Il giro d’affari dell’industria del porno ogni anno è
di circa 97 miliardi di dollari, con circa 5 milioni di siti dedicati
alla pornografia. Il 90% del mercato mondiale riguarda
quattro paesi in particolare: Cina, Corea del Sud,
Giappone e Stati Uniti. In cima alla classifica dei massimi
produttori di video a luci rosse ci sono appunto gli
USA: negli States viene realizzato un film pornografico
ogni 39 minuti. Tra i vocaboli più ricercati su Internet al
primo posto figura la parola sex con 75.608.612 di clic. A
questo proposito, Sex.com è stato il dominio più costoso
di tutti i tempi: nel 2006 è stato acquistato per circa
14 miliardi di dollari. Per quando riguarda il panorama
italiano invece, una ricerca Eurispes (2004) afferma che gli italiani che usufruiscono del porno sono 9 milioni,
con un giro di affari di 993 milioni di euro, destinato a
salire negli anni a venire. Le moderne tecnologie (pc
e telefoni cellulari che sfruttano la connessione wireless)
permettono di poter fruire di Internet in qualsiasi
momento. In tal senso, la possibilità di accedere a prodotti
pornografici gratuiti e di semplice rintracciabilità
accresce la possibilità di un contatto anche casuale col
mondo della pornografia. Viene in mente il caso di You-
Porn, sito pornografico gratuito che permette di fruire
di brevi spezzoni tratti da film hard ma soprattutto di
condividere anche i propri filmati amatoriali. Fornisce
anche una chat room, un servizio di appuntamento
tra gli utenti e uno spazio webcam chiamato YouPorn
Mate. Nato nel 2006, mutuando il proprio nome dal più
famoso YouTube (senza esserne correlato), è risultato
nell’agosto 2009 il sito porno più popolare al mondo ed
il 47.mo nella classifica generale. I video sono divisi in
nuovi video, categorie, raccomandati per te, i più votati,
i più visti e l’upload. Le categorie includono una lista di
tematiche, tra cui amatoriali, fellatio, webcam, feticisti,
coppie, masturbazione, filmati vintage, ecc. Attualmente
la pornografia “è oggetto di un mercato accessibile a
tutti, un mercato di massa. “È diventata un prodotto da
supermercato” (Ovidie, 2002, p. 53). La pornostar francese
ci tiene ad effettuare un distinguo tra ciò che lei
stessa considera “cinema pornografico” (visto come un genere) e “materiale pornografico”, inteso come “l’insieme
di foto e film non professionali, il materiale per la
masturbazione su Internet, i peep-show, e tutto quello
che circola sotto banco”. Pensiero che richiama quello di
Stoller (1991), il quale non considerava porno e pornografia
“come sinonimi. Porno è il settore dell’hardcore e
le sue raffigurazioni, ossia prodotti – film e videocassette
– pensati innanzitutto per uomini che s’identificano,
mediante ciò che dà loro un’erezione, in quanti sono
eroticamente interessati alle donne. È dunque una sottocategoria
della pornografia, che definiamo come prodotto,
come raffigurazione, fatta allo scopo di stimolare
la mente di qualcuno al fine di creare eccitazione erotica”
(id., p. 257). Viste le cifre riportate in precedenza,
sembra che le definizioni e le classificazioni sembrano
interessare più gli studiosi che i consumatori. Per quanto
“osceno”, “torbido” o “immorale”, evidentemente il
mondo della pornografia attrae. E tanto. A tal punto da
diventare una dipendenza vera e propria. È il caso della
pornodipendenza, una behavioural addiction che fa
parte del più esteso ambito della dipendenza sessuale.
Secondo Goodman (1998), chi ha sviluppato una sexual
addiction segue uno schema comportamentale caratterizzato
da due elementi chiave:
1) la continua incapacità del soggetto di controllare
il comportamento sessuale;
2) la persistenza del comportamento sessuale
nonostante possibili conseguenze dannose.
Il concetto di dipendenza racchiude al suo interno sia
la caratteristica primaria della compulsione sessuale
presentata da Coleman (1986, 1987), ovvero l’utilizzo
di comportamenti sessuali per sfuggire dal dolore
emotivo e dai sentimenti negativi, che quella dell’impulsività
sessuale messa in evidenza da Carnes (1989),
ovvero l’uso del sesso come mezzo per appagare i
propri bisogni insoddisfatti. È importante sottolineare
come la pornodipendenza intacchi molti aspetti della
vita di un individuo: rapporto col partner, sfera sessuale,
rapporti amicali e sociali, produttività e rapporti sul
lavoro. In particolare Punzi (2006), nel libro in cui racconta
la propria pornodipendenza, espone quali siano
le conseguenze derivanti da un prolungato utilizzo di
pornografia: calo del desiderio sessuale verso il partner;
impotenza (o pseudo-impotenza) di fronte ad una
donna reale; possibilità di erezione ed eiaculazione solo
in presenza di materiale pornografico; forte dolore al
momento dell’eiaculazione; ingrossamento (temporaneo)
del pene; visione delle donne reali come oggetti
pornografici. La masturbazione di fronte al materiale
porno dura per ore, senza mai raggiungere l’orgasmo.
L’eiaculazione non è “il fine dell’uso della pornografia,
ma è il mezzo per interrompere in qualche modo la
seduta pornografica” (id., p. 63). Questa testimonianza
assomiglia molto a quella di un giocatore d’azzardo patologico
di fronte ad un videopoker, il quale incurante
di vincere o perdere, appare interessato solamente a
poter perpetrare il suo (non) rapporto con la macchina.
Una non relazione che comporta una fuga dalla realtà.
Viene quindi da chiedersi: cosa affascina della pornografia?
Ciò che viene esplicitamente rappresentato (ad
es. una cruda sessualità) o ciò che le manca? (ad es. la carenza di relazione). Chi consuma materiale porno
dovrebbe sapere che l’immagine pornografica è pur
sempre un’immagine, una scena, una finzione. Che gli
attori porno sono interpreti e che “il rapporto sessuale
esiste solo in quanto immagine e si compie solo perché
la macchina da presa sta filmando. Una scena non si
gira in un’unica volta e dura molte ore. Esiste un baratro
fra quello che vede lo spettatore e la situazione reale
quando si gira” (Ovidie, 2002, p. 40). Sarebbe interessante
vedere come reagirebbe il consumatore “abituale” di
porno di fronte al making of di un film hard. Rapportarsi
concretamente al concetto di finzione accrescerebbe o
diminuirebbe la sua eccitazione sessuale? Vedere i propri
“pornoattori preferiti” in contesti “quotidiani” (ad es.
in una trasmissione in tv) provocherebbe dei cambiamenti
nei suoi consumi? A tal proposito, Ovidie prova
a smontare il mito delle attrici porno: “Avete presente
Rambo? Ebbene quando Stallone torna a casa non indossa
la mimetica e non uccide comunisti. Perché non
è più cinema. Per le pornostar è la stessa cosa. Non ci
sono due stalloni che la aspettano nella Jacuzzi. A dire il
vero non c’è nemmeno la Jacuzzi” (id., p. 20). Lo schietto
punto di vista della pornostar è molto utile proprio
perché dà la possibilità di guardare il mondo dell’hard
da una prospettiva insolita ma arricchente.
Alla fine di questo percorso viene quindi spontaneo
chiedersi cosa sia davvero la pornografia: se un “contenitore”
vuoto, teso a riempirsi del vastissimo insieme
delle fantasie sessuali umane o uno specchio fedele di
queste stesse fantasie. In altre parole, la pornografia influenza
o rappresenta il suo consumatore? Purtroppo
non è possibile fornire la risposta, ma a tal proposito
potrebbe essere opportuno “promuovere una salute
sessuale strettamente connessa al concetto più ampio
di educazione sessuo-affettivo-relazionale ancora oggi
inesistente” (Quattrini, 2010). Il materiale pornografico,
come tutto ciò che è rappresentazione di una sessualità
spesso vissuta e trasmessa culturalmente tra generazioni
con espressioni conflittuali quali tabù e ignoranza,
può anzi deve diventare oggetto di espressione, creazione,
sicurezza, in una semplice parola benessere.
Conclusioni
L’obiettivo della trattazione è stato quello di stimolare
un pensiero lucido su un argomento non facile come
quello della pornografia, cercando di mantenere un atteggiamento
il più possibile equidistante. Come esposto
in precedenza infatti, è abbastanza semplicistico
parteggiare per un atteggiamento pornofilo o pornofobo,
molto più complesso risulta invece indagare in
maniera curiosa nella storia di questo genere e delle
sue ripercussioni sulla società delle varie epoche. Si è
cercato inoltre di divulgare il maggior numero di informazioni
sul tema senza esporre giudizi moralistici di
qualsiasi genere.
Per studiare e comprendere appieno il mondo della
pornografia risulta quanto mai determinante effettuare
un’analisi accurata dei costumi sessuali e sociali e dei
contesti culturali, religiosi e legislativi dei periodi presi
in esame. La presente dissertazione ha cercato di proporre
un punto di vista originale, che tenesse conto delle molteplici visioni elaborate finora sull’argomento,
che stimolasse ad interrogarsi su cosa sia davvero la
pornografia e che soprattutto gettasse luce su un argomento
che pare sotto gli occhi di tutti, ma che nessuno
sembra focalizzare ancora bene.
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