07
Feb

La violenza di genere: una delle problematiche più gravi della nostra società

di Flaminia Cappellano

 

“La violenza contro le donne è forse la violazione dei di­ritti umani più vergognosa. Essa non conosce confini né geografia, cultura o ricchezza. Fintanto che continuerà, non potremo pretendere di aver compiuto dei reali pro­gressi verso l’uguaglianza, lo sviluppo e la pace”. Kofi Annan, 1993

Secondo un’indagine Istat (2007) una donna su quattro subisce violenza nel corso della propria vita e sono 6 milioni 743 mila le donne che tra i 16 ed i 70 anni dichia­rano di essere state vittime di violenza. Esistono statisti­che che non possono lasciarci indifferenti e che devono farci riflettere. In particolare, in una ricerca dell’Univer­sità di Harvard, è stato rilevato come la violenza sia la prima causa di morte e di invalidità per le donne di età compresa tra i 15 ed i 44 anni, più del cancro e degli incidenti stradali (Urban, 2001).

La violenza sulle donne è una violenza di genere, quello maschile su quello femminile, e trova le sue radici nel complesso sistema di credenze, valori e tradizioni che fanno riferimento alle disuguaglianze di genere ed al presupposto teorico, presente per millenni nella nostra società, che il sesso maschile sia superiore a quello fem­minile. I comportamenti violenti si basano quindi su al­cuni stereotipi di genere collegati a modelli culturali di mascolinità e femminilità.

La violenza sulle donne è la forma più diffusa, meno ri­conosciuta e che provoca maggiori danni, sia fisici che psicologici, a chi la subisce (Matteucci, 2009).

Nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea (2006) è stato sottolineato come questa problematica sia stata soggetta negli ultimi 40 anni a diverse trasformazioni, passando da argomento tabù, tenuto nascosto dal­le vittime, a fenomeno sociale con valenza pubblica e criminale. Ad oggi, la violenza sulle donne è un argo­argo­mento di intenso dibattito. Sicuramente a condizionare questa trasformazione ha avuto un ruolo determinante il movimento femminista, il quale ha fortemente de­nunciato questo problema sociale e la mancanza di una risposta concreta da parte delle Istituzioni. Infatti, secondo l’Istituto di Ricerche Internazionali Archivio Di­sarmo e il Dipartimento Innovazione e Società – DieS dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” (2009, pp. 8 – 9) il fenomeno della violenza sulle donne ha ri­cevuto attenzione nel dibattito internazionale soltanto molto tardi e ancora oggi fa scaturire delle resistenze. Nel 1993 è stata elaborata la “Dichiarazione sull’elimina­zione della violenza contro le donne”, la quale definisce nell’art.1 la violenza di genere come “qualunque atto di violenza sessista che produca, o possa produrre, danni o sofferenze fisiche, sessuali o psicologiche, ivi com­presa la minaccia di tali atti, la coercizione o privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica sia nella vita privata”. Il fenomeno della violenza di genere viene quindi descritto come “uno dei meccanismi sociali deci­sivi che costringono le donne a una posizione subordi­nata agli uomini”. L’Organizzazione Mondiale della Sani­tà (OMS) ha riconosciuto in seguito, nel 1996, la gravità del fenomeno ed ha definito la violenza di genere come il più grave problema di salute pubblica e di violazione dei diritti umani, sottolineando le gravi conseguenze (fisiche, psicologiche e sociali, a breve ed a lungo termi­ne) che provoca sulla salute delle vittime. L’insorgenza di problematiche fisiche e psichiche nelle donne vitti­me di violenza è stata infatti presa in considerazione in diverse ricerche, come ad esempio dall’ultimo studio pubblicato dall’OMS nel 2008 svolto su 24.000 donne di tutto il mondo: le vittime riportavano una vasta gamma di sintomatologie: da patologie dolorose croniche con sintomi non definiti a lesioni, fino a veri e propri profilipsichiatrici (Dubini, Dei, 2008). Nonostante i mezzi me­diatici non abbiano mai parlato così tanto di violenza sulle donne come in questo periodo storico, in lettera­tura non esistono molti studi sulla violenza perpetrata all’interno di una coppia. Si parla spesso della violenza fisica ma ancora non abbastanza di quella psicologica, la quale è senza dubbio strettamente collegata a tutte le altre forme. Secondo Hirigoyen (2006) è, infatti, dif­ficile poter separare queste due forme di violenza so­prattutto perché il fine ultimo di un uomo che picchia la propria compagna non è tanto quello di lasciarle dei segni sul corpo bensì di dimostrarle che è lui ad avere il pieno dominio su di essa. In ogni coppia possono pre­sentarsi episodi di liti ed offese ma ciò che li differenzia dalla violenza psicologica è la mancanza di asimmetria nella relazione. Possiamo parlare quindi di violenza psi­cologica quando un individuo mette in atto tutta una serie di atteggiamenti che hanno lo scopo di denigra­re e rifiutare il modo di essere dell’altro, rendendolo insicuro e facendogli del male. Si sviluppa quindi una relazione nella quale si tende a controllare ed a sotto­mettere l’altro. La violenza psicologica, il più delle volte, viene agita in privato, al fine di tutelare l’immagine po­sitiva che il violento vuole mantenere all’interno del suo contesto sociale.

Le poche volte che vengono esplicitati attacchi in pub­blico, essi sono presentati sotto forma di scherzo ed ironia, per ottenere l’approvazione dagli spettatori e mostrare la donna come persona senza umorismo. Alla base della violenza psicologica ci sono diversi meccani­smi: il controllo, che si manifesta sorvegliando la donna con lo scopo di comandarla; l’isolamento dalla famiglia, dagli amici e dal lavoro, che complessivamente permet­te all’uomo di far sì che la donna si occupi soltanto di lui e che non possa essere indipendente per liberarsi dal suo dominio; la gelosia patologica, che non si basa su nessun sospetto reale bensì scaturisce dalla frustra­zione dell’uomo, il quale non potendosi mettere in di­scussione, associa il suo vissuto emotivo alla presunta infedeltà della donna; la molestia assillante, che con­siste nel ripetere in modo ridondante un messaggio a qualcuno arrivando così alla saturazione delle sue capa­cità critiche e di giudizio portandolo ad accettare ogni cosa; le critiche avvilenti, che si manifestano attraverso atteggiamenti offensivi e parole sgradevoli. Esse hanno l’obiettivo di intaccare l’autostima della compagna, fa­cendole credere di non avere alcun valore e portandola quindi a perdere la fiducia in se stessa; le umiliazioni, che spesso sono a contenuto sessuale e generano un senso di vergogna nella vittima, bloccandola nel chie­dere aiuto; le intimidazioni, che hanno lo scopo di met­tere paura alla vittima, sbattendo e rompendo oggetti, trasmettendo così il messaggio “guarda cosa posso far­ti!”; l’indifferenza alle richieste affettive, che si esplici­ta nel rifiuto di prendersi cura ed interessarsi all’altro, ignorandone le esigenze ed i sentimenti; le minacce, che permettono al violento di mantenere un controllo sulla vittima.

La paura di ricevere un colpo è ampliata dall’incertezza sulla realtà della minaccia. Nella maggior parte dei casi se la donna resiste alla violenza psicologica si presenta anche quella fisica. La violenza fisica include una serie di sevizie che nella maggior parte dei casi crescono nel tempo per gravità: pizzichi, schiaffi, pugni, calci, tenta­tivi di strangolamento, spinte, tirate di capelli, morsi, bruciature, aggressioni con arma da taglio o da fuoco, etc….

Questi comportamenti, se non vengono denunciati su­bito, possono quindi aumentare col tempo di intensità e frequenza. L’uomo colpisce il corpo della donna per cercare di annientare l’ultimo ostacolo di resistenza per poi poterla possedere del tutto. La violenza fisica può anche essere messa in atto in modo indiretto, colpendo un animale di casa od un figlio nato da un’altra relazio­ne, ma ovviamente il dolore per le donne ha la stessa in­tensità che nelle forme dirette. Un’altra tipologia molto grave di violenza è quella sessuale. Nel corso del tempo la definizione della violenza sessuale è stata soggetta a diversi cambiamenti, sia sotto il punto di vista giuridico che sotto quello delle norme sociali (Terragni, 1997).

Questa forma di violenza comprende dalla molestia, allo stupro da parte del coniuge fino allo sfruttamen­to sessuale. E’ un modo per dominare la vittima e non ha alcun legame con il desiderio sessuale dell’uomo; è solo un modo per dire “tu mi appartieni”. Ogni episo­dio di violenza sessuale rappresenta per le vittime un grave trauma (Hirigoyen, 2006). Questo tipo di violenza fa parte dei reati che meno frequentemente vengono denunciati; da ciò ne consegue quanto sia complicato averne delle stime attendibili. È stato ipotizzato, infatti, che il denunciare questo reato e la sua incidenza pos­sano dipendere dalla percezione sociale del fenomeno: l’aumento delle denunce potrebbe dipendere da una maggiore sensibilità verso il problema e dalla minore presenza di pregiudizi, mentre, rispetto all’incidenza, la rappresentazione di ciò che significa “violenza” fa si che un numero maggiore di donne possa riconoscersi come vittima. Il rapporto tra la vittima ed il carnefice è spes­so predittivo del comportamento della vittima stessa: quando si tratta di un estraneo è molto più probabile che la vittima chieda aiuto e denunci. Se invece a met­tere in atto la violenza sessuale è una persona conosciu­ta o un familiare risulta più facile che la donna continui a subire in silenzio (Terragni, 1997). Lo stupro, in parti­colare, rinforza la tendenza femminile a responsabiliz­zarsi negativamente provocando sentimenti di paura e di rassegnazione e portando la donna a rinunciare a sporgere denuncia. Il crescente numero di denunce rispetto al passato evidenzia però fortunatamente un cambiamento delle credenze e degli stereotipi sui ruoli sessuali (Dèttore, Fuligni e Vitagliano, 1993).

Un’altra forma di violenza, oggi sempre più presente, è quella economica. Essa viene esercitata in differenti modi, anche a seconda delle condizioni socio-econo­miche della coppia. Consiste essenzialmente nell’impe­dire alla donna di avere una sua autonomia: la vittima è bloccata in una posizione economica di completa di­pendenza dal partner.

L’uomo, in questi casi, può avere il totale controllo dei conti in banca e rifiutarsi di dare abbastanza denaro alla donna per coprire le spese di casa.

Paradossalmente, spesso, si tratta di donne che lavora­no ma che non hanno il controllo sul proprio stipendio.

La vittima, quindi, prova un forte timore di non farce­la se dovesse lasciare il compagno, anche perché non sempre è a conoscenza dei propri diritti e dell’aiuto che potrebbe ricevere. È possibile che si presenti anche la situazione inversa e che quindi sia l’uomo, nasconden­dosi dietro ad un licenziamento od alla disoccupazio­ne, a farsi mantenere dalla compagna, costringendola a restare con lui facendo leva sul senso di colpa della donna (Hirigoyen, 2006). Un’ulteriore forma di violen­za, da poco riconosciuta legalmente è lo stalking (o atti persecutori).

Questo fenomeno è stato definito da alcuni psicologi forensi come “una costellazione di comportamenti in cui un individuo infligge ad un altro ripetute intrusioni e comunicazioni non richieste” (Nicol, 2009). Lo stalking può essere anche definito come l’insieme di condotte reiterate di minaccia o molestia che causano un perdu­rante e grave stato di ansia o di paura generando nella vittima un fondato timore per la propria incolumità o per quella dei suoi cari, portandola così ad alterare le proprie abitudini di vita. In letteratura vengono distinte due tipologie di reato: una relativa alle comunicazioni intrusive attraverso l’uso di telefono, lettere, sms, e-mail, graffiti, murales, etc… e l’altra caratterizzata da contatti più diretti, sempre indesiderati, come appo­stamenti, pedinamenti, minacce ed aggressioni (Centro Studi Specialistici Kromos, 2011).

Colui che commette il reato, lo stalker, non è necessa­riamente un individuo con un disturbo mentale ma può essere spinto da motivazioni distinte tra loro.

Mullen e i suoi collaboratori (1999) hanno individuato cinque profili di stalker:

– il “respinto” – solitamente un ex partner con il forte desiderio di riallacciare la relazione e di vendicarsi per l’abbandono subito. Gli atti persecutori sono vissuti dal respinto come una forma di relazione alternativa a quella negata e quindi difficilmente pone fine al suo comportamento; – il “risentito” – che, spinto dal desiderio di vendicarsi per un torto che ritiene di aver subito, giustifica e rin­forza i propri comportamenti attivando una sensazione di controllo sull’ambiente circostante;

– il “corteggiatore incompetente” – che, a causa del­la sua scarsa capacità di relazionarsi, mette in atto un comportamento opprimente ed esplicito, diventando aggressivo davanti al rifiuto. Spesso, questa categoria, dopo un certo periodo di tempo, lascia perdere la pri­ma vittima per concentrarsi su di una seconda;

– il “bisognoso di affetto” – che, spinto dal desiderio di colmare una carenza di affetto e di amore, ricerca una relazione negando il rifiuto della vittima;

– il “predatore” – un individuo che pedina, insegue e spaventa la vittima con lo scopo di molestarla sessual­mente. Nicol (2009) considera lo stalking come un com­portamento. Non è necessariamente “anormale” avere un’ossessione malsana per qualcuno ma è quando que­sta viene messa in atto che può provocare conseguen­ze inaccettabili. Nel corso della vita, come sostiene giu­stamente Hirigoyen (2000), ci sono incontri stimolanti che ci invogliano a dare il meglio di noi ma purtroppo capitano anche degli incontri che minano la nostra per­sona e la nostra integrità e che possono finire col di­struggerci.

Credo che il fenomeno della violenza sulle donne sia un problema che merita delle risposte concrete a livello mondiale. Non soltanto sostenendo le vittime ma an­che i loro figli, quasi sempre vittime di ciò che viene de­finito “fenomeno della violenza assistita” e soprattutto offrendo la possibilità agli uomini violenti di effettuare un percorso psicoterapeutico che abbia l’obiettivo di imparare a gestire la propria aggressività in un modo migliore ed a instaurare delle relazioni basate sul rispet­to reciproco e sulla parità tra i sessi.

 

Riferimenti bibliografici

CENTRO STUDI SPECIALISTICI KROMOS (a cura di) (2011), Nuovi Orizzonti in “Psicologia Medicina Pedagogia”, Anno III, n°5 Gennaio, p.23.

DÈTTORE D., FULIGNI C., VITAGLIANO F. (1993), Donna e abu­so sessuale – Storia, cultura e terapia, Franco Angeli, Milano.

DUBINI V., DEI M. (2008), Vie di uscita. Violenza di genere. Da un percorso di formazione ad un progetto, in “Rivista Toscana Medica”, 8, p. 35.

GAZZETTA UFFICIALE DELL’UNIONE EUROPEA (2006), Parere del Comitato economico e sociale europeo sul tema violenza domestica contro le donne, 9.5.2006, c110/89, (2006/c 110/15), Bruxelles.

HIRIGOYEN M. F. (2000), Molestie morali – la violenza perver­sa nella famiglia e nel lavoro, Einaudi, Torino.

Id. (2006), Sottomesse – la violenza sulle donne nella coppia, Gli struzzi, Einaudi, Torino.

ISTITUTO NAZIONALE DI STATISTICA – ISTAT (21 febbraio 2007), La violenza e i maltrattamenti contro le donne dentro e fuori la famiglia. Anno 2006.

ISTITUTO DI RICERCHE INTERNAZIONALI ARCHIVIO DISARMO, DIPARTIMENTO INNOVAZIONE E SOCIETA’ – DieS DELL’UNI­VERSITA’ DEGLI STUDI DI ROMA “LA SAPIENZA” (a cura di) (2009), Le Istituzioni in Ascolto – Operatori di Sanità e di Polizia di fronte alla violenza alla donne. Rapporto di Ricerca, Roma.

MATTEUCCI P. (2009), Strategie di contrasto nei confronti della violenza sessuale e della violenza domestica. Contributi tecnici per conoscere e fronteggiare la violenza contro le donne, Associazione Nazionale Volontarie Telefono Rosa – Onlus, Roma.

MULLEN P. E. et al. (1999), A study of stalkers in “American Journal of Psychiatry”, 156, pp. 1244 – 1249.

NICOL B. (2009), Quando la passione diventa ossessione – stalking, Ananke, Torino.

TERRAGNI L. (1997), Su un corpo di donna – Una ricerca sulla violenza sessuale in Italia, Franco Angeli, Milano.

URBAN – UFFICIO SPECIALE COMUNE DI ROMA (2001), Vio­lenza contro le donne Sotto la punta dell’iceberg – Esperien­ze e risposte sociali nella realtà romana, Comune di Roma.